Christina gestisce un'azienda di prodotti chimici in Grecia, fino a quando non viene aperta un'indagine per misurare il reale impatto ambientale della sua società e le conseguenze sulla salute. Tensioni appaiono all'interno del suo stesso clan – una rissa tra suo fratello e il suo dipendente che è anche il suo amante e il padre del suo futuro figlio – e verità sepolte riemergono in superficie: ogni personaggio porta i segni delle violenze esplicite e di quelle che non dicono il loro nome. La parola sarà lo scampo salvifico di fronte alla fatalità? Quattro interpreti entrano ed escono a piacimento da un'arena centrale – un dispositivo circolare e di un'efficacia semplice, che attinge tanto alle tradizioni antiche quanto al teatro di strada –. Ognuno si integra all'azione nel cuore dell'agorà o ne diventa spettatore, ridefinendo uno spazio centrato sul movimento. Tutti sono affabili, simpatici se non addirittura accattivanti a prima vista, un'immagine che Héloïse Ravet si diverte a scalfire riutilizzando alcuni codici del circo. Nella tragedia edipica riscritta da Zade, è la madre-sposa dell'eroe eponimo ad essere al centro del pezzo. Qui, la vedova in disparte lascia il posto all'archetipo della boss lady nelle vesti di Christina. Œdipus mette in atto i rapporti di potere e di predazione, lo stupro, le caste disconnesse e incestuose. Il mito si ancora nell'era #MeToo e della parola liberata.
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