L'arrivo della nuova direttrice incuriosisce e crea pettegolezzi: ci si chiede cosa venga a fare un'autorità straniera in questa città senza importanza né specificità notevole. Nel corso degli attriti tra la piccolezza del coro amatoriale e il progetto ambizioso della nuova arrivata, si delinea una singolare figura del coro, tanto ridicola quanto inquietante.
Su questa situazione elementare, Gabriel Sparti costruisce un secondo spettacolo che prolunga l'ironia inquieta di Heimweh/Mal du pays, auscultando una nuova figura mostruosa del corpo politico contemporaneo. Laddove il primo spettacolo giocava fino all'assurdo con un desiderio di conformismo che soffoca le democrazie europee, Menace chorale attacca i desideri di ordine, autorità e potenza che le minacciano ora nelle loro fondamenta stesse. E, di nuovo, è attraverso il teatro che si tenta di spostare lo sguardo su questo stato di crisi in cui «il vecchio muore, il nuovo non può nascere» e «durante questo interregno si osservano i fenomeni morbosi più vari» – secondo le parole che usava Antonio Gramsci di fronte alle diverse forme di fascismo che vedeva spuntare negli anni.
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