L'incivililtà
L'Apocalisse nomina la fine di un ciclo. Ha caricato così tanto la psiche occidentale che il termine è diventato sinonimo di cataclisma, di fine del mondo. Quattro grandi quadri si intrecciano come una tappezzeria smisurata estratta dal sangue, dal fuoco, dall'humus e dalle lame.
Ci sono grida e carezze, corse. Ci sono due cavalli e tre personaggi al confine dell'umanità. Una donna nera, spesso a cavallo, depista le tracce: è la cavallerizza o è in fuga? Qual è questa intimità che condivide con le bestie, conosce i codici o li inventa man mano?
Una donna bianca, slanciata e bionda, incarna l'universale del Cyborg de Donna Haraway, è al tempo stesso perfetta e ripugnante, liscia, conflittuale e aggressiva, sembra essere il rimedio e la malattia. Preferisco essere cyborg che dea dice lei.
Un po' ai margini, in una poltrona logora, troneggia un demiurgo stanco e scimmiesco. Soggia la calvizie e la pancia da alcolizzato di certi reietti, osserva, commenta, sghignazza o addirittura lancia lattine sul palco. È il loro dio stanco, morente.
E questo ha inizio.